|
elenco libri recensiti
| domenica, 21 maggio 2006 Bloggerscrittore:massimo la spina
"Osservare, come dall’esterno di sè, per poi tornare a casa e pensare a come raccontare tutto questo mi fa sentire quasi spersonalizzato, come se quello che si sveglia alle 4 e mezza di mattina per andare in fabbrica o che passa il tempo a cercare di togliersi la polvere di plastica dagli occhi con le dita impolverate fosse un altro".
Dicembre ha portato dei cambiamenti. Fabio, un ragazzo di Prato che era arrivato prima di me dall'agenzia, ha deciso di mettersi in malattia per gli ultimi 15 giorni di contratto e non si è più visto. Già da un po' dava segni di insofferenza e non vedeva l'ora di andarsene. Ultimamente non aveva compiti fissi, ma stava dietro a Maurizio, che lo faceva trottare in ogni direzione, usando toni amichevoli e complici, ma senza dargli respiro.
8. Altri cambiamenti prima di Natale. Sono stato assegnato all'imballaggio. Gheorghe, l'operaio rumeno di cui ho preso il posto, non stava rendendo secondo le aspettative dell'azienda ed è stato "declassato" alla foratura, al posto mio. All'imballaggio faccio coppia con Pino, un napoletano mio coetaneo, ma sposato e con una figlia piccola, con cui finalmente posso scambiare qualche parola per rendere il lavoro più piacevole, o quanto meno più sopportabile, e con il quale sono riuscito quasi subito a raggiungere un certo affiatamento. La maggior parte dei nostri discorsi verte sulle possibilità di cambiare lavoro (lui vorrebbe fare il barman, il rappresentante, la guardia giurata e non so quante altre cose) o sulle differenze tra il vivere da single e il "tenere famiglia". Ma anche sull’ultima scorpacciata di DVD presi a noleggio o sui presunti danni di tutta la polvere di plastica che si può respirare nel reparto segheria, dove a volte qualcuno di noi viene mandato a dare una mano.
La seconda sega ha due lame dentate parallele che si azionano tramite un pedale situato sul pavimento. Le due lame, grazie a un sistema elettrico, vengono sistemate alla distanza giusta per ottenere il pezzo voluto e si muovono in senso perpendicolare rispetto al pianale d’appoggio, in direzione dell’operatore, tornando automaticamente al loro posto alla fine del taglio. Gli avanzi del taglio, che in questo caso si ottengono ad entrambe le estremità del pezzo, si buttano in un cassone di plastica, che una volta pieno si porta alla macina.
Con Pino riusciamo ad organizzarci sincronizzando i movimenti, scegliendo quali pezzi e in quale sequenza deve prendere ciascuno, in modo da metterli sul cartone aperto nel giusto ordine ed arrivare alla chiusura del pacco nello stesso momento. Poi è un attimo serrare la scatola e metterla sul pancale. A turno uno dei due finisce di chiudere il pancale intero, mentre l’altro prepara tutto quello che serve per iniziarne uno nuovo, tra una sigaretta e una battuta. Ma l'imballaggio non permette troppe distrazioni: non si può rischiare di impacchettare pezzi sbagliati o danneggiati e basta una parola di troppo per perdere il ritmo e dimenticare un passaggio. Il lavorare in due serve anche a evitare questo tipo di problemi. Per questo c'è molto meno tempo per elaborare e far sedimentare quei pensieri vaganti che invece davanti a una foratrice si scatenano. E’ per questo, forse, che i miei resoconti mi appaiono sempre meno "impressionistici" e sempre più descrittivi in senso stretto. E’ già molto, comunque, perché il fatto di avere questo "secondo fine", questo scopo “nascosto”, mi permette di affrontare questa esperienza con la sensazione di essere qui solo di passaggio, senza la rassegnazione che vedo a volte intorno a me. Rassegnazione e, per coloro che come me vengono da una agenzia interinale, ansia. Quando si avvicina il giorno della scadenza del contratto, l’argomento principe di quasi ogni scambio di parole è la possibilità o meno di vederselo rinnovato, perché l’azienda, che propone contratti brevi e con scadenza prima di Natale, per non pagare ferie, tiene anche un po’ tutti sulla corda aspettando l’ultimo momento per comunicare quanti e quali operai ha intenzione di confermare dopo le feste. Osservare, come dall’esterno di sè, per poi tornare a casa e pensare a come raccontare tutto questo mi fa sentire quasi spersonalizzato, come se quello che si sveglia alle 4 e mezza di mattina per andare in fabbrica o che passa il tempo a cercare di togliersi la polvere di plastica dagli occhi con le dita impolverate fosse un altro.
(continua) sabato, 06 maggio 2006 Bloggerscrittore:massimo la spina
5. La quarta foratrice è completamente diversa dalle altre. Ha quattro motori posizionati in basso a cui sono collegati gli alloggi per le punte. Questi attacchi sono disposti su un unico asse longitudinale, cosa per la quale si possono praticare solo fori che stanno sulla stessa linea. Per realizzare serie di fori parallele bisogna azionare la macchina in due fasi successive. Si appoggia il pannello con la parte da forare rivolta in basso su delle guide metalliche, dotate di rotelle di plastica, regolabili a seconda della lunghezza del pezzo. Si aziona la macchina con un pedale appoggiato a terra. Al contrario delle altre macchine, sono le punte a muoversi, dal basso verso l'alto, spinte dai pistoni. Ogni motore aziona un gruppo limitato di punte, anche indipendentemente, per cui, volendo, si può lavorare in due nello stesso tempo forando pezzi diversi. Eseguita la prima foratura i fermi frontali si alzano automaticamente, si fa scorrere il pezzo in avanti, si pigia di nuovo il pedale e si pratica la seconda serie di fori. La quarta macchina, quella che ho imparato ad usare per prima, sta sul lato opposto del capannone rispetto alle altre, defilata e quasi nascosta fra i pancali di pannelli e scatoloni di accessori ammassati su quella parete lunga e senza finestre che invano tenta di mantenere un aspetto ordinato e pratico. Ammassi che in certi momenti lasciano intravedere anfratti e interstizi come burroni e crepacci in cui ragnetti operosi trovano rifugio o in cui zanzare distratte precipitano. Lavorarci dà l'impressione di essere emarginati: dal lavoro degli altri, dal ciclo produttivo, dallo scorrere delle attività utili alla azienda. Sembra quasi di essere in punizione, a scontare qualche penitenza per chissà quali mancanze. Ma d'altro canto ci si può concentrare meglio sul lavoro e sulla sua fenomenologia: ascoltare con attenzione il rumore stridulo e stizzoso della macchina, probabilmente sviluppatosi così per distinguersi dal frastuono grosso e becero delle altre foratrici; sistemare con precisione non dovuta, ma necessaria a non far crollare tutto, i pannelli sui pancali, cercando i movimenti più fluidi e coordinati per economizzare gli sforzi; spolverare con cura i pezzi, la macchina, il pavimento, i vestiti, i capelli, i pensieri, i nervi, con la pistola dell'aria compressa, immaginando di far fuori ogni singolo truciolo di plastica vedendolo sbattuto contro il muro, e trovarlo divertente. 6. Il vento della piana si è fatto gelido e insistente. La mattina presto, per il turno delle 6, una nebbia fitta ricopre le fabbriche e le concessionarie d'auto, numerose nella zona come le rotatorie ad ogni incrocio. A quell’ora il traffico è quasi inesistente, solo qualche Tir, poche macchine e praticamente nessun autobus. Le luci dei veicoli che vengono incontro si spalmano sulla nebbia e si dilatano nell’aria scura con ampi aloni traslucidi che costringono ad allungare il collo oltre il parabrezza. Ci sono due postazioni per l'imballaggio, in prossimità dei due ingressi del capannone, organizzate nello stesso modo. I due addetti si muovono in un corridoio ideale delimitato dietro di loro dai pezzi degli armadietti ordinati in modo da essere presi nella giusta sequenza e davanti da un banco dove si trovano gli accessori (maniglie, piedini, poggiapiani, viti, fogli con le istruzioni di montaggio, etc.) e da due macchine imballatrici sistemate una di seguito all'altra in modo da chiudere le scatole in senso prima longitudinale e poi trasversale. Alla fine si impilano i pacchi in numero congruo (da 18 a 24, a seconda delle dimensioni) su un pancale posto di fianco. Si avvolge il tutto con una fasciatura di cellophane e si applica un giro di nastro da pacchi di un colore diverso a seconda della destinazione o della qualità media dei pezzi imballati. Si sposta il pancale davanti all'ingresso, pronto per essere portato in magazzino o caricato su un camion e si ricomincia. All'altra postazione per l'imballaggio sta di solito Rosa, una ragazza albanese che da sola fa il lavoro di due. Fisico da culturista, piccola di statura, mani enormi, mascella squadrata, pantaloni e maglie attillate, catena d'oro con crocifisso in bella vista. A lei è concesso l'orario "a giornata", dalle 8,30 alle 16,30, perché pare faccia altri due o tre lavori oltre a questo, come la sorella Liza, anche lei ben messa fisicamente, ma meno mascolina, che a volte l'aiuta, ma più spesso sta alle foratrici. Sono loro due che hanno inaugurato l'uso di offrire il caffè agli altri e questo contribuisce a "scaldare" un po' l'ambiente, nonostante i pochi momenti in cui è possibile soffiar via la polvere di plastica da un tentativo di comunicazione o da un sorriso riluttante. (continua) |