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sabato, 30 dicembre 2006
Bloggerscrittore:massimo la spina

"In fondo tutta la vita è interinale..."
"Osservare, come dall’esterno di sè, per poi tornare a casa e pensare a come raccontare tutto questo mi fa sentire quasi spersonalizzato, come se quello che si sveglia alle 4 e mezza di mattina per andare in fabbrica o che passa il tempo a cercare di togliersi la polvere di plastica dagli occhi con le dita impolverate fosse un altro".
9.1 Angelo!
Gheorghe si passa sempre una mano tra i capelli grigi con uno sguardo preoccupato quando gli si chiede qualcosa, qualsiasi cosa. Lo fa per prendersi una pausa di riflessione, pur brevissima, per capire se la domanda, e la sua eventuale risposta, non abbiano qualche effetto negativo sulla sua vita.
E’ un’ossessione, la sua. Quella di chi vive col terrore di aver sbagliato qualcosa e di essere rimproverato, come se da questo dipendesse il suo lavoro, la sua permanenza in questa città, la sua sopravvivenza. La stessa che puntualmente lo porta a sbagliare qualcosa. E ad essere rimproverato.
Ma la sua paura vera è quella di non ricevere i soldi il giorno stabilito, di avere una busta-paga errata, di non essere trattato come gli altri e di continuo chiede notizie e spiegazioni sulle ore, sul foglio-presenze, sull’assegno e sulle regole dell’agenzia interinale
- Ma a te rinnova contratto dopo feste?... Quando dice si rinnova contratto?
Un’ossessione. Arriva al lavoro in autobus, non si sa bene da dove, ma la fabbrica deve essere un posto complicato da raggiungere per lui, perché, sia al turno delle 6,00 che a quello delle 14,00, è sempre in ritardo di qualche minuto. Saluta, se vuole, con un cenno del capo e un ammiccamento da sopra i mezzi occhiali, che porta appoggiati sul naso o appesi al collo con un laccetto di cuoio ridotto al minimo. Attraversa il capannone con fare confuso e a lunghi passi si affretta verso l’orologio della timbratrice. Ogni volta è un abbassare le spalle per lo sconforto e un masticare imprecazioni. A quel punto, dato che l’azienda decurta dalla paga i primi trenta minuti, anche se si timbra il cartellino con un solo minuto di ritardo, decide che gli conviene star fermo fino alla mezz’ora, a guardare gli altri lavorare.
Gli occhi neri, piccoli e diffidenti, sovrastati da grandi sopracciglia folte e grigie, sondano le reazioni degli altri, mentre ripone con calma le sue cose nell’armadietto di plastica.
- Tu saputo si rinnovi contratto?
Dicono che mandi tutto il suo stipendio alla famiglia in Romania, senza tenere nulla per sé. E’ certo un’esagerazione, ma qualche dubbio viene dopo che per tre mesi ti ha chiesto:
- Ancora cèlai altra pèrme? - e non si è ancora deciso a comprarsele, le sigarette, o quando non gli si può stare accanto per il cattivo odore che viene dai suoi vestiti, indossati per troppi giorni.
Lavora qui da un anno e mezzo ormai, più di tutti gli altri interinali, e sa fare (perché lo sa fare, accidenti!) tutto quel c’è da fare in questo capannone: forare, mettere in ordine, guidare il muletto, sostituire le punte alle foratrici, cambiare la linea per l’imballaggio, imballare.
Dovrebbe essere il più esperto, per i nuovi, quello che insegna agli ultimi arrivati, eppure è quello che riceve più “attenzioni” dai titolari, che vorrebbero sbarazzarsene:
- Maurizio, o ‘llevamelo da’ hoglioni, hello lì! - perché pare che a causa sua molti mobili venduti siano tornati indietro, con pezzi mancanti o ripetuti o sbagliati.
Eppoi continua a fare errori inspiegabili, come perdere un’ora a ri-allineare manualmente tutte le punte della foratrice, invece di spostare il ponte che le regge in un solo secondo, con il pulsante che sta dietro ai motori.
E’ per questo motivo, forse, che Maurizio, il caporeparto, un metro e sessanta di nervi e raucedine, gli sta addosso in maniera estenuante e lo tiene sempre sotto pressione, chiamandolo, chissà perché,
- Angelo! - e riprendendolo in continuazione:
- Angelo! Te l’ho detto io di spostare l'allineamento delle punte? Rispondi, te l'ho detto io? Eh?- e poi, senza dargli il tempo di rispondere:
- Vien via, Angelo, o quante vorte te l'ho detto che un si fa? Che ci vole un monte di tempo pe’ rrimettile apposto? - e ancora:
- Ma scusa, eh, Angelo, ma un ti bastava alzare il ponte, diobono? - e infine:
- Angelo, tu 'mmi sembri scemo quando tu 'ffai hosì!
Gheorghe si passa una mano tra i capelli grigi mentre tenta, per quanto glielo permetta la sua paura, di riordinare quel po’ di italiano raccattato nella confusione dei suoi pensieri per accennare una qualche difesa, ma come ogni volta le parole gli si strozzano in gola e non fa in tempo:
- Sìsi… Va bene, Maurizio…Ma io ho fatti questi…Cosa che tu voi… Scusa, ascolti... Pérche no?… - e abbassa le braccia, fissa il vuoto davanti a sé per qualche secondo, con uno sguardo a metà tra l’atterrito per le possibili conseguenze e il bilioso per l’ennesima reazione soffocata, quindi si gira e torna a fare il suo.
Poi, quando Maurizio si è allontanato, e lui ha rimuginato un po’, si avvicina con aria stizzita a qualcuno degli altri operai, lamentandosi che alla sua età nessuno dovrebbe trattarlo così.
- Lui no posso parlare me come bambino - e chiedendo l'ennesima sigaretta:
- Sapere qualcosa per contratti dopo feste?
Tra gli altri operai non gode di molte simpatie e lui in effetti non fa molto per guadagnarsele.
- O Angelo, maremma, almeno un pacchetto ogni tanto, però… O Angelo, santamadonna! O’ basta co’ sti hontratti, se tu’llo vò sapere tu’llo hiedi a i’principale! -
A volte nasconde tra i pancali, in mezzo a quelli buoni, i pezzi che sbaglia, cercando in modo infantile di far ricadere la colpa su qualcun altro:
- Io no ho messo, Maurizio, ho fatto scarto di qui, messi tutti di là… - invece di metterli, tranquillamente, tra i pezzi scartati, da mandare alla macina.
Certo, di errori ne facciamo tutti lì dentro e chissà di quanti non ci accorgiamo nemmeno, ma Gheorghe è divenuto il capro espiatorio di ogni magagna e ogni sua minima mancanza, anche la più insignificante, diventa motivo di accanimento da parte di Maurizio, tanto che l’urlo - Angeloo! - con tutte le possibili sfumature, è diventato il motivo dominante delle nostre giornate.
Almeno fino al giorno del rientro in fabbrica, dopo le feste. Quando, dopo un’ora di lavoro, realizzo di non aver sentito ancora il solito richiamo: mi guardo intorno e capisco perché, già da prima di Natale, mi hanno messo fisso all’imballaggio, e anche che certe ossessioni, prima o poi, si avverano.
(continua)
martedì, 26 dicembre 2006
Bloggerscrittore:massimo la spina

"In fondo tutta la vita è interinale..."
"Osservare, come dall’esterno di sè, per poi tornare a casa e pensare a come raccontare tutto questo mi fa sentire quasi spersonalizzato, come se quello che si sveglia alle 4 e mezza di mattina per andare in fabbrica o che passa il tempo a cercare di togliersi la polvere di plastica dagli occhi con le dita impolverate fosse un altro".
9.
Capita spesso che gli addetti alle foratrici e gli addetti alle seghe (un toscano non esiterebbe molto a deflnirli i bucaioli e i segaioli) si scambino i ruoli, per vari motivi, primo dei quali l'assenza di uno o dell'altro o che vengano affiancati per aumentare il ritmo, a causa dell'eccessiva velocità degli imballatori, che finiscono i pezzi troppo presto.
La terza sega è concettualmente uguale alla seconda, ma è di fabbricazione molto più recente. Ha un grande pianale di legno ricoperto, nella parte centrale, da uno strato di gomma dura nero, le coperture protettive delle lame dentate dipinte di rosso, le guaine passacavi azzurre, la base d'appoggio, che contiene il pannello elettrico, verde chiaro. Le misure di taglio si controllano elettronicamente fino al decimo di millimetro e la distanza tra le lame appare visualizzata su un piccolo display a LED rossi posto al centro tra i due motori, di fronte all'operatore. Le lame si azionano grazie a due pulsanti, utilizzabili a scelta anche singolarmente, che si trovano su di uno speciale trespolo blu, separato dal resto del macchinario e collegato solo tramite un cavo, posizionabile dove si vuole entro un raggio di 5 metri dal pianale.
-... E poi un capiva 'na sega! -
Al ritorno dalle vacanze natalizie questa è stata la conclusione del discorso di Maurizio per illustrare i motivi per cui a Gheorghe, unico tra gli interinali, non è stato rinnovato il contratto. Tutti gli altri sono stati confermati, fino a Pasqua.
In effetti il lavoro non manca: sono arrivate alcune grosse commesse dalla Spagna, dalla Germania e dal Belgio, che hanno fatto sì che il capannone si riempisse di nuovi colori. Pezzi avorio, verde scuro, blu elettrico sono lì a contrastare il grigio, che non domina più.
Dominano invece le nuove disposizioni della dirigenza: non si fuma (non si dovrebbe), si pulisce alla fine di ogni turno la zona in cui si è lavorato (si dovrebbe), non si sta a chiacchierare davanti al distributore del caffè (non si dovrebbe), si lavora tassativamente tutti i sabati (si dovrebbe).
Niente più dune di segatura e trucioli di plastica, ma molta più polvere sollevata dalle scope e molti più starnuti degli operai.
Dato che Gheorghe non c'è più, serve qualcuno "esperto" alle foratrici, e dato che nel frattempo ho imparato a cambiare da solo le punte di quasi tutte le macchine, a riconoscerne i malfunzionamenti e sono "di gran lunga il più preciso e affidabile nel ruolo", da gennaio sono tornato ad essere un foratore.
Ma solo per tre giorni: una particolare forma di tendinite al polso sinistro, dovuta a movimenti che non facevo più da un bel po', mi ha costretto a portare un "tutore" per quindici giorni. L'idea che un tutore mi sarebbe necessario vita natural durante mi ha accompagnato (e divertito) in questa vacanza forzata, ma gradita.
Ma la novità più grossa, per me, col nuovo anno, è stata la possibilità di avere una macchina. Una piccola macchina usata con la quale andare al lavoro non è più una penitenza, anche se comporta altri tipi di disagi: primo fra tutti le maggiori spese, ma anche il traffico, i parcheggi e, non ultimo, il ghiaccio sul parabrezza, per il quale ho trovato uno spray decongelante, che sembra molto utile, ma che dura per due volte sole e che immagino molto inquinante.
Di certo, però, ho potuto evitare il motorino proprio nel periodo, finora, più freddo dell'anno.
(continua)
domenica, 17 dicembre 2006
Bloggerscrittore:antonio zoppetti
>Ancora un Intervista a zop, bloggerscittore
Facciamo finta di ricominciare da capo, come se non ci conoscessimo già, e ti presentassimo ora, per la prima volta, in questa sezione del Parnaso Ambulante
>Nome?
! Antonio
>Cognome?
! Zoppetti
>Blog?
! [Zop blog]
> Ma sei veramente un bloggerscrittore?
! Non so cosa intendi con bloggerscrittore, diciamo che sono stato il primo a utilizzare il blog come strumento per fare giochi di scrittura, collettivi e non, e questo ho iniziato a farlo dal 2002, quando i blog erano più che altro diari privati o luoghi di riflessioni giornalistiche.
Come tutti sapranno, successivamente questa tipologia di blog si è diffusa e oggi ce ne sono tantissimi di luoghi di scritture del genere.
>E quindi come hai concepito il tuo blog?
! Il mio obiettivo è quello di sperimentare forme di narrativa pensate per essere lette e fruite sul web.
In questo progetto credo molto… sin da quando il computer si è trasformato da macchina per scrivere in un nuovo mezzo per la diffusione di contenuti.
Da quando esiste un pubblico di lettori a monitor provo a concepire strutture narrative pensate per questo nuovo supporto: scritture collettive che orchestro e che sono costruite - come i giochi - su delle regole che i partecipanti devono seguire per creare i loro pezzi, poesie animate, microscritture, racconti labirintici, contaminazioni letterarie...
>Il paragone sorge spontaneo: Ti possiamo immaginare come un direttore di orchestra ?
! In un certo senso. Perché diano dei risultati apprezzabili, i giochi di scrittura collettivi devono avere un coordinatore. Ma soprattutto un autore delle regole del gioco o degli spartiti, in altre parole, all'interno dei quali ogni partecipante può improvvisare la sua parte come un jazzista.
>Qual è stato il primo spartito pubblicato?
! Il primo è stato Blog PerQueneau. La scrittura cambia con internet, altro libro scaturito dall'opificio creato sul mio blog.
>E l’ultimo?
! Si tratta questa volta di una partitura che ho scritto io, non raccoglie i contributi di tanti partecipanti. Si intitola Gentile editore, io non demordo! che pubblica una raccolta di racconti brevissimi, che sono riproposti come fossero un carteggio tra un aspirante scrittore e un editore.
>Cosa nascondi tra il primo e l’ultimo?
!Non ho niente da nascondere, la speranza è che le cose che scrivo non restino nascoste e circolino il più possibile. Continuo a scrivere e sperimentare sul web, spesso grazie anche ai contributi dei lettori. Per esempio con giochi come quello dei giallini da sms, o con le opere dadiste, o i falsi incipit. Se ti riferisci alla carta, invece, un esperimento che considero molto innovativo è stato Laura immaginaria un romanzo combinatorio di nuova concezione concepito come una rubrica telefonica. E' composto di 20 racconti intrecciati, ognuno dedicato a un differente personaggio il cui nome comincia con una lettera dell’alfabeto differente, e la sua particolarità è che l'ordine di lettura di questi capitoli lo può decidere il lettore. Alla fine, in questo modo, la trama del romanzo si compone nella testa del lettore con modalità e colpi di scena sempre differenti, che dipendono dal percorso di lettura intrapreso.
>Cosa pensi succederà tra l’ultimo e il successivo?
>Asp… non rispondere! Questa sarà la prima domanda della prossima intervista...
! [...]
lunedì, 19 giugno 2006
Bloggerscrittore:manuela mazzi
Un caffè a Kathmandu – Solidarietà per il Nepal
A metà maggio è uscito - sia in Italia sia in Svizzera - il libro intitolato “Un caffè a Kathmandu”, di Manuela Mazzi, per le edizioni Progetto Cultura 2003, Roma: già descritto come “un viaggio nel viaggio” dall’attivista fiorentino, Sauro Somigli, che ne ha curato la prefazione. Di fatto, si tratta di un romanzo denuncia che mira a sensibilizzare i lettori sul tema dei bambini di strada nepalesi, attraverso un viaggio all'interno di questa terra orientale. Dove si sottolineano le scarse garanzie dei diritti fondamentali dei membri più deboli della società civile, dove si cerca di stimolare un approccio globale allo sviluppo umano e dove si cerca pure di sostenere un turismo consapevole, sostenibile e alternativo. Ma a catturare l'attenzione del lettore sarà anche la trama del romanzo a tinte giallo/rosa. Non solo. Abbinato alla pubblicazione è un progetto di solidarietà: il 50 % del prezzo di copertina di ogni libro venduto sarà devoluto alla Onlus Apeiron con sede a Kathmandu (http://www.apeiron-aid.org/), che opera per difendere i diritti umani minimi di bambini, donne e uomini. Il verdeggiante paesaggio, il clima capeggiato dal monsone e l'inquinamento atmosferico della nazione terra delle nevi eterne, ma anche la svogliatezza, le contraddizioni e la povertà di un popolo che ama la libertà, così come le tradizioni, le convinzioni e un'infinità di particolari che immortalano il Nepal per quello che è oltre alle montagne, è quanto emerge giocoforza tra le righe di «Un caffè a Kathmandu»; un Nepal descritto dall’autrice sulla base di una sua personale esperienza, che l’ha portata nel 1998, proprio sotto l’egida di Apeiron, a vivere per un mese in quella terra lontana, mettendosi a contatto giornalmente con i bambini di strada. Il libro è in vendita in Ticino nelle seguenti librerie: nel Locarnese, si troverà alla libreria Kon-Tiki e alla libreria Locarnese; nel Bellinzonese alla libreria Diffusione del Sapere; nel Luganese alla libreria Dietro L’Angolo e alla libreria Il Segnalibro; nel Mendrisiotto, alla Cartolibro AZ. In Italia basterà consultare il sito della casa editrice: www.progettocultura.it. Per ulteriori informazioni: www.uncaffeakathmandu.splinder.com
la trama:
Michela, una fotografa ticinese - nata e vissuta nel cantone svizzero di lingua italiana -, vince un concorso di lavoro internazionale indetto da un'associazione di volontariato non governativa tricolore: partirà, alla volta del Nepal per un mesetto o poco più, con altri due colleghi sconosciuti (Carlos, cameraman spagnolo e Franck, un giornalista inglese residente da anni in Italia, che fungerà da capo-gruppo carismatico). Il loro compito sarà quello di sviluppare un progetto particolare: un filmato-documentario sui “children street”, ovvero sui bambini che vivono per strada.
Ed è proprio durante le loro uscite, necessarie per effettuare le riprese e gli scatti fotografici da supporto al progetto, che viene descritta con parecchi dettagli la realtà di questi cuccioli d'uomo, appartenenti spesso alle caste inferiori. Tra gli argomenti trattati viene anche data un'opinione - con un pizzico di tono polemico - sulle adozioni a distanza: sempre più di "moda" in occidente. Durante i primi giorni di permanenza a Kathmandu, capitale nepalese, Micky, Franck e Carlos fanno conoscenza di altri personaggi: i più importanti sono Antonio, distinto signore napoletano e la sua gentil segretaria Raffaella. Nel frattempo la conoscenza fra i tre avviene in maniera molto cauta per diversi motivi, anzi per parecchi sospetti fondati. Testimone involontaria di quanto accade, è Micky, che assiste… e fotografa… una passerella di passi falsi, che la portano a sospettare di tutti: ma uno solo è il vero "colpevole". Di che cosa? Si capirà dal 18esimo capitolo in poi.
Tra gli avvenimenti: uno scambio di buste in segreto fra Carlos e Antonio, un furto ai danni di Franck, forse messo a segno da Raffaella e Carlos, un comportamento scorretto da parte di Franck verso il gentil sesso, e verso la stessa Micky, che si vede costretta a reagire anche violentemente, una raccomandazione particolare da una curatrice nepalese, che mette in guardia la protagonista, un personaggio ambiguo che segue i movimenti di Micky e pare avere un intrallazzo con Carlos, e poi ancora una fuga all'impazzata della fotografa-testimone inseguita da un nuovo personaggio, il quale le apre un po' di più gli occhi sul problema - ovvero lo sfruttamento di bambini e donne a sfondo sessuale - gettando però, ancora una volta, dubbi sui vari protagonisti…
Dubbi e sospetti offuscati anche da un sentimento che sta nascendo in Micky per Carlos. Da Katmandu il gruppo si sposta poi a Pokhara (una nota località nepalese a qualche ora dalla capitale). Ma a un certo punto spariscono tutti: Micky rimane sola ad affrontare gli ultimi giorni in Nepal. Organizza il necessario e rientra quindi a Locarno, la sua cittadina natale, che si affaccia sul Lago Maggiore. Qui finirà il progetto con l'aiuto di un ex collega, poi deciderà di ritirarsi in solitudine per qualche giorno nella cascina di montagna, al fine di rimettere a posto tutti i tasselli del puzzle. Ma non prima di aver avuto una sorpresa inaspettata via internet: uno dei protagonisti si rifà vivo spiegandole tutto ciò che era successo nei minimi dettagli…
L'ultimo vero evento imprevedibile - con tanto di un'allettante proposta che le cambierà la vita - Micky lo vivrà proprio in montagna, sul Monte Comino (sito nelle Centovalli), un luogo per certi versi fuori dal mondo: il suo nuovo Nepal.
Il verdeggiante paesaggio, il clima capeggiato dal monsone e l'inquinamento atmosferico della nazione terra delle nevi eterne, ma anche la svogliatezza, le contraddizioni e la povertà di un popolo che ama la libertà, così come le tradizioni, le convinzioni e un'infinità di particolari che immortalano il Nepal per quello che è oltre alle montagne, è quanto emerge giocoforza tra le righe di «Un caffè a Kathmandu», che a sua volta mette gli stessi contenuti a confronto con la realtà più nota alla protagonista: la sua Svizzera, il suo Ticino.
(scritto da mmazzi)
domenica, 21 maggio 2006
Bloggerscrittore:massimo la spina

"In fondo tutta la vita è interinale..."
"Osservare, come dall’esterno di sè, per poi tornare a casa e pensare a come raccontare tutto questo mi fa sentire quasi spersonalizzato, come se quello che si sveglia alle 4 e mezza di mattina per andare in fabbrica o che passa il tempo a cercare di togliersi la polvere di plastica dagli occhi con le dita impolverate fosse un altro".
7.
Dicembre ha portato dei cambiamenti. Fabio, un ragazzo di Prato che era arrivato prima di me dall'agenzia, ha deciso di mettersi in malattia per gli ultimi 15 giorni di contratto e non si è più visto. Già da un po' dava segni di insofferenza e non vedeva l'ora di andarsene. Ultimamente non aveva compiti fissi, ma stava dietro a Maurizio, che lo faceva trottare in ogni direzione, usando toni amichevoli e complici, ma senza dargli respiro.
Anche Leonardo, anche lui di Prato, con il quale andavo a pranzo insieme nel centro commerciale vicino alla fabbrica durante le prime settimane, pare abbia trovato qualcosa di meglio ed è andato via da un giorno all'altro. Lui, invece, dopo mesi di foratura, era passato sotto le grinfie del principale, che gli aveva concesso di mantenere la "giornata", 4 ore di mattina e 4 di pomeriggio con pausa-pranzo, ma usandolo come factotum di magazzino a spostare pancali pieni e caricare camion.
Una ditta "consorella", appartenente agli stessi proprietari, attraversa un periodo di non grande attività e perciò alcuni suoi operai e il loro caporeparto, Martino, si sono aggiunti a noi. Il capannone è molto più frequentato del solito, e Maurizio fatica a trovare qualcosa da fare a tutti. La cosa paradossale sono le lamentele dei titolari che non capiscono come mai ci possano essere due persone a lavorare sulla stessa macchina o qualcuno che pulisce "invece" di lavorare.
I rapporti tra i due capireparto naturalmente non sono idilliaci, si dice anzi che Martino voglia fare le scarpe a Maurizio, tentando di dimostrare che quest'ultimo, al quale in verità non frega più di tanto, non sa gestire gli operai e non li tiene abbastanza sotto torchio. Niente di nuovo, in buona sostanza, cose che accadono un po' dappertutto. Di certo il clima è più teso, più circospetto, più attento, ma anche più ansiogeno.
Questi rimescolamenti pre-natalizi hanno causato, indirettamente, delle inefficienze, reali o presunte, per le quali la dirigenza ha diramato circolari e precisazioni per richiamare all'ordine il personale: sugli orari di lavoro, sulle assenze, sui minuti di ritardo, sulla pulizia dei bagni, sul consumo di energia elettrica, sulle pause, sui bicchierini del caffè, sulle cicche di sigarette, sul controllo dei pezzi lavorati e su una quantità di altre cose su cui si sentiva proprio il bisogno di essere ripresi.
Stranamente nessuna circolare è stata indirizzata a chi si occupa delle macchine profilatrici, proprio quelle che ultimamente hanno avuto i maggiori problemi: mescole di materiali plastici scadenti che danno profilature disomogenee, e quindi profilati con rigidità, o elasticità, non uniforme nello stesso pezzo; per non parlare delle striature di colore diverso dal grigio dominante, che vanno dal beige chiaro quasi avorio all'azzurro carta da zucchero all'antracite, striature che potrebbero sembrare volute; e poi bolle d'aria, che compromettono la continuità del materiale durante il raffreddamento e causano forature irregolari disseminate qua e là sulla superficie; e infine veri e propri squarci e accartocciamenti nei pannelli, causati forse dall'adesione di una plastica non perfettamente compatta, ai profili di metallo non perfettamente scorrevoli, effetti che a volte prendono l'aspetto di veri capolavori di arte contemporanea, da fare invidia alle plastiche bruciate e ai cretti di Burri.
Ma l'inefficienza delle profilatrici è forse da attribuire al fatto che ben otto macchine sono affidate al controllo di un solo operaio per volta. Sarà forse per questo che nessun dirigente si sogna di richiamare chi occupa quel posto. Sarebbe davvero paradossale, al limite del surreale, anche se a pensarci bene, vista la situazione, non da escludere del tutto.
D'altro canto credo di aver capito che la qualità media dei prodotti di questa azienda, visto che li maneggio, non è eccelsa, e quindi ne deduco che la fascia di clienti a cui si rivolge non ne pretende la perfezione, di conseguenza la qualità del personale, vera o presunta, e il suo livello di trattamento non possono che adeguarsi. La legge del mercato.
8.
Altri cambiamenti prima di Natale. Sono stato assegnato all'imballaggio. Gheorghe, l'operaio rumeno di cui ho preso il posto, non stava rendendo secondo le aspettative dell'azienda ed è stato "declassato" alla foratura, al posto mio.
All'imballaggio faccio coppia con Pino, un napoletano mio coetaneo, ma sposato e con una figlia piccola, con cui finalmente posso scambiare qualche parola per rendere il lavoro più piacevole, o quanto meno più sopportabile, e con il quale sono riuscito quasi subito a raggiungere un certo affiatamento. La maggior parte dei nostri discorsi verte sulle possibilità di cambiare lavoro (lui vorrebbe fare il barman, il rappresentante, la guardia giurata e non so quante altre cose) o sulle differenze tra il vivere da single e il "tenere famiglia". Ma anche sull’ultima scorpacciata di DVD presi a noleggio o sui presunti danni di tutta la polvere di plastica che si può respirare nel reparto segheria, dove a volte qualcuno di noi viene mandato a dare una mano.
La seconda sega ha due lame dentate parallele che si azionano tramite un pedale situato sul pavimento. Le due lame, grazie a un sistema elettrico, vengono sistemate alla distanza giusta per ottenere il pezzo voluto e si muovono in senso perpendicolare rispetto al pianale d’appoggio, in direzione dell’operatore, tornando automaticamente al loro posto alla fine del taglio. Gli avanzi del taglio, che in questo caso si ottengono ad entrambe le estremità del pezzo, si buttano in un cassone di plastica, che una volta pieno si porta alla macina.
Con Pino riusciamo ad organizzarci sincronizzando i movimenti, scegliendo quali pezzi e in quale sequenza deve prendere ciascuno, in modo da metterli sul cartone aperto nel giusto ordine ed arrivare alla chiusura del pacco nello stesso momento. Poi è un attimo serrare la scatola e metterla sul pancale. A turno uno dei due finisce di chiudere il pancale intero, mentre l’altro prepara tutto quello che serve per iniziarne uno nuovo, tra una sigaretta e una battuta.
Ma l'imballaggio non permette troppe distrazioni: non si può rischiare di impacchettare pezzi sbagliati o danneggiati e basta una parola di troppo per perdere il ritmo e dimenticare un passaggio. Il lavorare in due serve anche a evitare questo tipo di problemi. Per questo c'è molto meno tempo per elaborare e far sedimentare quei pensieri vaganti che invece davanti a una foratrice si scatenano. E’ per questo, forse, che i miei resoconti mi appaiono sempre meno "impressionistici" e sempre più descrittivi in senso stretto.
E’ già molto, comunque, perché il fatto di avere questo "secondo fine", questo scopo “nascosto”, mi permette di affrontare questa esperienza con la sensazione di essere qui solo di passaggio, senza la rassegnazione che vedo a volte intorno a me. Rassegnazione e, per coloro che come me vengono da una agenzia interinale, ansia. Quando si avvicina il giorno della scadenza del contratto, l’argomento principe di quasi ogni scambio di parole è la possibilità o meno di vederselo rinnovato, perché l’azienda, che propone contratti brevi e con scadenza prima di Natale, per non pagare ferie, tiene anche un po’ tutti sulla corda aspettando l’ultimo momento per comunicare quanti e quali operai ha intenzione di confermare dopo le feste.
Osservare, come dall’esterno di sè, per poi tornare a casa e pensare a come raccontare tutto questo mi fa sentire quasi spersonalizzato, come se quello che si sveglia alle 4 e mezza di mattina per andare in fabbrica o che passa il tempo a cercare di togliersi la polvere di plastica dagli occhi con le dita impolverate fosse un altro.
(continua)
sabato, 06 maggio 2006
Bloggerscrittore:massimo la spina

"In fondo tutta la vita è interinale..."
"Volendo si scovano anche momenti ludici, tra un'attività e l'altra: far volteggiare i pannelli nell'aria per metterli nella posizione giusta, come un samurai con la sua spada o scegliere la direzione in cui soffiare via la segatura di plastica... per non parlare dei vari modi in cui si possono lanciare i rimasugli del taglio delle seghe nel cassone: in sottomano, con una mano sola dal basso in alto, o a due mani, sia dal basso che dall'alto, o con un gancio, col braccio che parte da dietro, o facendo rimbalzare i ritagli sul pianale come sul tabellone del canestro, o..."
5.
La quarta foratrice è completamente diversa dalle altre. Ha quattro motori posizionati in basso a cui sono collegati gli alloggi per le punte. Questi attacchi sono disposti su un unico asse longitudinale, cosa per la quale si possono praticare solo fori che stanno sulla stessa linea. Per realizzare serie di fori parallele bisogna azionare la macchina in due fasi successive. Si appoggia il pannello con la parte da forare rivolta in basso su delle guide metalliche, dotate di rotelle di plastica, regolabili a seconda della lunghezza del pezzo. Si aziona la macchina con un pedale appoggiato a terra. Al contrario delle altre macchine, sono le punte a muoversi, dal basso verso l'alto, spinte dai pistoni. Ogni motore aziona un gruppo limitato di punte, anche indipendentemente, per cui, volendo, si può lavorare in due nello stesso tempo forando pezzi diversi. Eseguita la prima foratura i fermi frontali si alzano automaticamente, si fa scorrere il pezzo in avanti, si pigia di nuovo il pedale e si pratica la seconda serie di fori.
La quarta macchina, quella che ho imparato ad usare per prima, sta sul lato opposto del capannone rispetto alle altre, defilata e quasi nascosta fra i pancali di pannelli e scatoloni di accessori ammassati su quella parete lunga e senza finestre che invano tenta di mantenere un aspetto ordinato e pratico. Ammassi che in certi momenti lasciano intravedere anfratti e interstizi come burroni e crepacci in cui ragnetti operosi trovano rifugio o in cui zanzare distratte precipitano. Lavorarci dà l'impressione di essere emarginati: dal lavoro degli altri, dal ciclo produttivo, dallo scorrere delle attività utili alla azienda. Sembra quasi di essere in punizione, a scontare qualche penitenza per chissà quali mancanze. Ma d'altro canto ci si può concentrare meglio sul lavoro e sulla sua fenomenologia: ascoltare con attenzione il rumore stridulo e stizzoso della macchina, probabilmente sviluppatosi così per distinguersi dal frastuono grosso e becero delle altre foratrici; sistemare con precisione non dovuta, ma necessaria a non far crollare tutto, i pannelli sui pancali, cercando i movimenti più fluidi e coordinati per economizzare gli sforzi; spolverare con cura i pezzi, la macchina, il pavimento, i vestiti, i capelli, i pensieri, i nervi, con la pistola dell'aria compressa, immaginando di far fuori ogni singolo truciolo di plastica vedendolo sbattuto contro il muro, e trovarlo divertente.
Perché volendo si scovano anche momenti ludici, scavando tra un'attività e l'altra. Far volteggiare i pannelli nell'aria per metterli nella posizione giusta, come un samurai con la sua spada o scegliere la direzione in cui soffiare via la segatura di plastica, per ottenere uno strato il più possibile uniforme sugli oggetti intorno, per non parlare dei vari modi in cui si possono lanciare i rimasugli del taglio delle seghe nel cassone degli scarti posto di fianco, per lo più modi da cestista. In sottomano, con una mano sola dal basso in alto, o a due mani, sia dal basso che dall'alto, o con un gancio, col braccio che parte da dietro, o facendo rimbalzare i ritagli sul pianale come sul tabellone del canestro, o...
- O' ppiantala di giohare e vieni 'hi co' i' traspalle! –
Il transpallet è quella specie di doppio monopattino con manubrio snodato con cui si possono spostare pancali (pallets, appunto) di materiale pesanti e voluminosi e manovrarli in spazi ristretti, che si trova in ogni magazzino e aiuta a togliere (e sollevare da) molti pesi.
6.
Il vento della piana si è fatto gelido e insistente. La mattina presto, per il turno delle 6, una nebbia fitta ricopre le fabbriche e le concessionarie d'auto, numerose nella zona come le rotatorie ad ogni incrocio. A quell’ora il traffico è quasi inesistente, solo qualche Tir, poche macchine e praticamente nessun autobus. Le luci dei veicoli che vengono incontro si spalmano sulla nebbia e si dilatano nell’aria scura con ampi aloni traslucidi che costringono ad allungare il collo oltre il parabrezza.
Se piove le luci si moltiplicano, riflesse in ogni direzione dalle gocce d'acqua, che sembra di guardare la strada attraverso le luminarie fitte di qualche santo patrono del Sud.
Il bar sulla via Pratese è già aperto dalle 4 ed è una sosta quasi obbligata, anche solo per rimettere in moto la circolazione delle dita. Caffè macchiato e una pasta da portare via, per lo spuntino di metà mattina, sono sufficienti a riprendersi e ad affrontare la seconda parte del tragitto, verso Campi, dove il vento approfitta degli spazi aperti per ricordarti che il tuo è solo un misero motorino senza importanza.
Il freddo, o la sua sensazione, resta costante durante il lavoro, dato che in verità non ci si muove tantissimo davanti alle macchine, al massimo due passi in avanti o indietro, a destra o a sinistra, almeno finché non si è finito un pancale e bisogna spostarlo, per poi prenderne un altro da lavorare.
Le micropause per andare a prendere una cioccolata o un tè o un caffè aumentano ed è ormai diventata un abitudine che chi va al distributore automatico nel capannone adiacente torni con qualcosa di caldo per tutti e si arrivi facilmente a bere quattro caffè per turno.
Ci si copre il più possibile, con maglioni e cappelli di lana, ma le mani devono restare scoperte, perché come si può intuire non è agevole lavorare coi guanti, che potrebbero restare impigliati nelle punte della foratrice in un momento di disattenzione.
Il turno serale, fino alle 22, è quello meno stressante, perché dopo le 17,30 gli uffici chiudono e nel giro di un'ora titolari e caporeparto vanno via. Si rimane in pochi a portare a termine i compiti affidati e nessuno ti sta più addosso. C'è la possibilità di fermarsi a mangiare un panino o un po' di frutta e fumare in pace una sigaretta senza l'assillo dell'efficienza.
Durante il Ramadan poi approfittavo della pausa che facevano Abdelouab, detto Abdul, marocchino e Soltani, tunisino, che si organizzavano per cenare dopo il tramonto, per mangiare anch'io con loro.
Loro "fanno coppia" all'imballaggio, che di solito, coi ritmi normali, si fa in due. Spesso la colonna sonora di queste ore, nei momenti in cui le macchine sono spente e non coprono tutto con il loro rumore, è araba, con la radio sintonizzata su stazioni maghrebine, ma a loro piace ascoltare anche le radio che trasmettono solo musica italiana e devo dire che a volte non so cosa è meglio.
Ci sono due postazioni per l'imballaggio, in prossimità dei due ingressi del capannone, organizzate nello stesso modo. I due addetti si muovono in un corridoio ideale delimitato dietro di loro dai pezzi degli armadietti ordinati in modo da essere presi nella giusta sequenza e davanti da un banco dove si trovano gli accessori (maniglie, piedini, poggiapiani, viti, fogli con le istruzioni di montaggio, etc.) e da due macchine imballatrici sistemate una di seguito all'altra in modo da chiudere le scatole in senso prima longitudinale e poi trasversale. Alla fine si impilano i pacchi in numero congruo (da 18 a 24, a seconda delle dimensioni) su un pancale posto di fianco. Si avvolge il tutto con una fasciatura di cellophane e si applica un giro di nastro da pacchi di un colore diverso a seconda della destinazione o della qualità media dei pezzi imballati. Si sposta il pancale davanti all'ingresso, pronto per essere portato in magazzino o caricato su un camion e si ricomincia.
All'altra postazione per l'imballaggio sta di solito Rosa, una ragazza albanese che da sola fa il lavoro di due. Fisico da culturista, piccola di statura, mani enormi, mascella squadrata, pantaloni e maglie attillate, catena d'oro con crocifisso in bella vista. A lei è concesso l'orario "a giornata", dalle 8,30 alle 16,30, perché pare faccia altri due o tre lavori oltre a questo, come la sorella Liza, anche lei ben messa fisicamente, ma meno mascolina, che a volte l'aiuta, ma più spesso sta alle foratrici. Sono loro due che hanno inaugurato l'uso di offrire il caffè agli altri e questo contribuisce a "scaldare" un po' l'ambiente, nonostante i pochi momenti in cui è possibile soffiar via la polvere di plastica da un tentativo di comunicazione o da un sorriso riluttante.
(continua)
domenica, 30 aprile 2006
Bloggerscrittore:massimo la spina

"In fondo tutta la vita è interinale..."
"A volte, mentre i pensieri vagano... mi capita di immaginare l'apparecchiatura che ho davanti come una quadriga, anzi una serie di quadrighe, dove i motori sono Ben Hur e Messala, i nastri di trasmissione le loro redini, le pulegge con le punte i cavalli al galoppo, il frastuono della macchina il fragore del Circo Massimo, e loro lì, sempre appaiati, sempre fianco a fianco, fino alla fine, fino all'ultimo momento, fino al momento... della pausa-pranzo"
3.
La prima settimana è passata come in trance, la seconda con qualche consapevolezza in più. Fare l'operaio non è esattamente quello che fa per me, ma almeno una volta nella vita bisognerebbe averne la possibilità. Imparo velocemente tutto, mi pare di capire in fretta quello che serve e quello che non conviene, ma quello che mi fa resistere è il sapere che durerà poco, che ci sarà spazio e tempo per altro.
Con l'addensarsi dell'autunno i viaggi di andata e ritorno dal lavoro si fanno meno piacevoli, se mai lo sono stati. La mattina si fa più fredda e il vento della piana di Firenze, che non è mai uniforme, sballotta e frena il motorino, costretto, come le braccia, a uno sforzo aggiuntivo per andare dritti. In certi momenti sembra quasi che qualcuno da dietro ti poggi una mano pesante sulla spalla e ti trattenga quando tu vuoi andare via, e la cosa si fa seria quando, per il nervoso, ti verrebbe da voltarti con uno scatto del braccio e mandare a quel paese quel qualcuno con l'odio negli occhi. Nel pomeriggio il traffico aumenta, se possibile, e nel 90 per cento dei casi si tratta di macchine con una sola persona a bordo. In pochi giorni nel traffico si diventa cattivi e prepotenti, si farebbe qualsiasi cosa pur di guadagnare un metro in più verso casa. E' il momento in cui si accumulano e, nello stesso tempo, si sfogano contro il resto del genere umano la rabbia repressa e le nevrosi quotidiane. Non parliamo poi di cosa diventa la città se cadono due gocce d'acqua dal cielo.
La pioggia ha un certo effetto anche sul lavoro che si svolge nel capannone. Spesso capita di dover forare pannelli che sono stati lasciati fuori a bagnarsi. Una volta portati dentro, bisogna fare attenzione a non rovesciarsi addosso l'acqua accumulatasi in cima ai pancali, cosa praticamente impossibile. Nel movimento da giocoliere necessario, ma non sufficiente, oltre alle mani e le maniche, si bagnano le scarpe e il pavimento, lì dove l'acqua, mischiandosi con la polvere e i trucioli di plastica, forma una specie di sottile fanghiglia grigiastra, che per fortuna si asciuga in fretta. Grigiastra perché grigio chiaro è il colore dominante nel capannone, il colore della maggior parte dei pezzi che vengono trattati lì, anche se ho visto montare armadietti di vari colori per uno stand di una fiera. Un grigio abbastanza neutro, che dà ai pezzi un aspetto non proprio accattivante, direi quasi dozzinale.
La terza foratrice è la più piccola, ha solo due motori, un pianale abbastanza piccolo per piccoli pezzi e si aziona con un pedale. Rispetto alle altre due ha la particolarità di un involucro di plexiglas che ricopre completamente i nastri di trasmissione e le pulegge cui sono fissate le punte.
A volte, mentre i pensieri vagano e nella testa risuonano ripetitivamente ritornelli di vecchie canzoni, mi capita di immaginare l'apparecchiatura che ho davanti come una quadriga, anzi una serie di quadrighe, dove i motori sono Ben Hur e Messala, i nastri di trasmissione le loro redini e le pulegge con le punte i cavalli al galoppo, il frastuono della macchina il fragore del Circo Massimo, e loro lì, sempre appaiati, sempre fianco a fianco, fino alla fine, fino all'ultimo momento, fino al momento... della pausa-pranzo.
4.
Dalla terza settimana niente più pausa-pranzo. La giornata di lavoro "normale", 4 ore di mattina e 4 di pomeriggio con un'ora libera in mezzo, pare sia un privilegio degli ultimi arrivati dall'agenzia. Dopo un po' bisogna adeguarsi ai turni, dalle 6 alle 14 e dalle 14 alle 22, senza pause.
C'è anche chi fa il turno dalle 22 alle 6, ma questo riguarda solo il reparto delle macchine profilatrici, che non si fermano mai e, di conseguenza, la segheria, perché i pannelli vanno comunque rifilati e sistemati sui pancali, altrimenti sarebbe il caos.
Le profilatrici e le seghe stanno in un capannone diverso da quello dove lavoro di solito, essendo stato assegnato a quello che viene definito magazzino e che in realtà comprende foratura e imballaggio. Il magazzino vero e proprio è separato dal resto e vi regna una pulizia e un ordine che, a parte gli uffici, stonano un po' col resto dell'azienda.
Ma tutto sommato quasi nessuno degli interinali ha dei compiti ben definiti e fissi. Si fa quello che c'è da fare. Anche, perché no, pulire. Il pavimento, di solito, è percorso da uno strato sottilissimo di trucioli di plastica con qualche cicca sparsa, dato che è tollerato fumare, e gli spazi dietro le macchine sono invasi da coltri di quella che fino ad ora ho chiamato polvere, collinette e dune grigio-bianche soffici e scabrose, che non riuscivo a definire segatura, perché per me la segatura è quella del legno. Ho cambiato idea dopo aver lavorato per qualche giorno in segheria.
Lì, dietro le seghe circolari, ciò che intendo per dune raggiunge l'apoteosi. Ha un che di attraente, quasi evocativo, l'immagine della segatura di plastica che supera l'altezza dei pianali d'appoggio, e stando al di qua delle lame dentate che girano parallele si possono immaginare vette innevate e silenzio ovattato, che per frazioni di secondo distraggono dal rumore continuo e dal continuo vorticare di segatura davanti agli occhi. Per questo sarebbe meglio che la ditta fornisse occhiali protettivi e tappi per le orecchie, che invece gli operai devono procurarsi per proprio conto.
Ci sono tre seghe nel reparto segheria. La prima, la più datata, è a lama singola. Si posizionano i pezzi, da uno a sette, a seconda dello spessore, sul pianale, facendoli scorrere fino a un paio di centimetri oltre la linea d'azione della lama. Si opera il primo taglio di rifilatura muovendo la lama dentata manualmente, tirandola verso di sè, e quando il taglio è completo e si rimanda indietro alla posizione di partenza. Si spostano i pannelli fino alla battuta laterale, posta alla distanza richiesta per la misura necessaria, e si opera il secondo taglio. Se i pannelli che servono sono abbastanza piccoli se ne possono ricavare anche tre da un unico ciclo di taglio. Si "soffiano" con l'aria compressa e si sistemano sul pancale apposito. Quando i pannelli sul pancale hanno raggiunto un'altezza congrua, si fermano con angolari di cartone pressato e una passata di nastro di cellophane e si spostano tra quelli pronti alla foratura.
- Stasera, tu 'tti fermi un po' prima e dai una pulita qui sotto, che un ci si sta più... –
Maurizio va via verso le 5 e mezza di pomeriggio e assegna il lavoro a quelli che restano fino alle 10 di sera. In mezz'ora ho riempito quattro scatoloni di segatura e quando sono andato via non ero arrivato neanche a metà dell'impresa. Volevo finire, ma quelli del turno di notte mi hanno dissuaso:
- Ma che te ne frega, ma chi te lo fa fare, tanto domattina ci pensa qualcun altro, vai a casa che è tardi... –
Negli stessi giorni non ho potuto usare il motorino e per andare e tornare dal lavoro mi sono affidato agli autobus. Partire due ore prima e arrivare a casa tre ore dopo è come aggiungere 5 ore di lavoro non pagate a quelle ordinarie.
Coincidenze saltate, attese interminabili sotto la pioggia, tre autobus da cambiare, incontri con altri lavoratori serali, più che altro extracomunitari, senegalesi, albanesi, maghrebini, che dopo un po' ci si riconosce, barboni che sfruttano il "tepore" dell'autobus per qualche minuto di sonno, qualche famiglia di cinesi, che sono ormai tantissimi qui, di ritorno da qualche cena o, più probabilmente da qualche fabbrica dei dintorni, fortunati ad avere una casa dove tornare, tanti, me compreso, con gli occhi che si chiudono e la testa reclina sul vetro.
Uscire di casa alle 11 di mattina e tornarci all'una di notte è un po' troppo, per me, che mi sono chiesto se ne valesse davvero la pena. Ma poi ho risolto col motorino e anche se l'inverno incombe e al vento della piana, che si fa più "fresco", si è aggiunta una pioggia fine e frequente, per ora resisto.
(continua)
Bloggerscrittore:massimo la spina
Capitano momenti nella vita che ci si trova, un po' per inerzia, un po' per necessità, a lasciarsi trascinare dagli eventi, ad accettare lavori che non ci si sarebbe mai sognati di fare prima: niente di scabroso o umiliante, per carità, ma spesso l'immagine che di se stessi si costruisce non pare conciliarsi con la realtà quotidiana, col dover resistere e sopravvivere, salvo fermarsi poi a riflettere su questo meccanismo ed accorgersi ad un certo punto che si è sempre fatto così, che si è quel meccanismo.
Nello specifico di questo piccolo "diario di un lavoratore interinale" la cosa buffa è che l'agenzia di lavoro temporaneo mi ha contattato più di due anni dopo la mia iscrizione, quando l'avevo già dimenticata, ma è capitato proprio quando serviva, nonostante tutto.

"In fondo tutta la vita è interinale; un contratto che il sole ti rinnova ogni mattina e magari una luna qualsiasi può venirti a rescindere a sera" (R.)
1.
La prima settimana è passata quasi come in trance. La sveglia alle 6, troppo presto per il poco sonno concessomi, che mi riporta a quando lavoravo in quel bar del centro dove facevo i panini, prima dell'apertura. Lo shock dell'acqua fredda sul viso, dopo l'immane fatica di districarsi dalle lenzuola. Il colore del cielo ancora ombroso dalla finestra del bagno, che preannuncia un tragitto di nervi tesi fino al lavoro. L'intera caffettiera da tre di caffè allungato con l'acqua calda, sorseggiato di corsa, senza neanche un biscotto, quasi per assicurarsi che lo stomaco si irrigidisca al punto giusto.
Ci sono quattro macchine perforatrici nel capannone. La prima, la più grande, ha sei motori, collegati tramite nastri a numerose pulegge, a cui si collegano le punte necessarie a praticare i fori. Il pannello di plastica, preso dal pancale di sinistra, si piazza sul pianale facendolo scorrere prima in avanti fino alla battuta frontale, poi a sinistra fino alla battuta laterale, facendo attenzione a tenere le mani in posizione sicura. Per forare bisogna premere contemporaneamente due pulsanti, distanti una quarantina di centimetri, usando entrambi i pollici. Il pianale si alza verso le punte, che fanno il loro lavoro e poi torna giù con uno sbuffo del pistone sottostante. Si finisce il ciclo spolverando con l'aria compressa e riponendo ordinatamente il pezzo sul pancale di destra, tra quelli pronti per l'imballaggio.
Il giorno del colloquio ci avevo messo un'ora e un quarto ad arrivare alla ditta, non sapendo ancora la strada, ma anche dopo averla imparata quarantacinque minuti ci vogliono tutti. Il traffico che soffoca Firenze a certe ore, specialmente in direzione della zona industriale, e gli acciacchi del motorino, non permettono di meglio. Attraversare la città passando per il centro è la via più breve, se avessi la macchina potrei tentare il raccordo autostradale, ma a quell'ora non cambierebbe un granché.
2.
Quando mi avevano chiamato dall'agenzia di lavoro temporaneo avevo avuto un momento di impasse: missione (così si chiama) urgente, Campi Bisenzio, zona industriale di Capalle, fabbrica di profilati e stampati plastici, mansioni principalmente di imballaggio, fino a Natale.
La parola "urgente" mi fa sorridere. Ti ho lasciato il mio curriculum e la mia iscrizione più di due anni fa e ora è urgente?
Colloquio l'indomani col titolare della ditta:
- Che lavori hai fatto?
- Il cameriere, il barista, l'aiuto cuoco, l'allestitore di stands e mostre, il venditore porta a porta di opuscoli inform...
- Sì, sì, va bene, va bene, quello che devi fare qui è abbastanza facile, più che altro imballaggi. E poi noi non abbiamo mai mandato via nessuno, se ti dai da fare, ecc. ecc...
- Sarei anche un progettista CAD-CAM...
- Ah, però... Vedremo, vedremo, intanto...
Il lavoro dopo due giorni. In tre settimane l'imballaggio l'ho fatto sì e no per tre ore. Subito a forare pannelli, sportelli, basi e coperchi di varie dimensioni, pezzi di armadietti di tutti i tipi. Per otto ore.
Dopo la prima ora il tutto diventa automatico e lo sguardo vaga dentro e fuori i finestroni del capannone, fra le nuvole che si scuriscono e il sole che torna, gli sbuffi bianchi di trucioli e polvere di plastica che, sparati fuori dalle intercapedini, si depositano lievemente ovunque e creano dune soffici alla vista, ma ruvide, quasi abrasive, al tatto.
La seconda foratrice ha tre motori. In tutto e per tutto simile alla prima, è solo un po' più piccola, ci si forano pezzi di media grandezza. Stesso ciclo, stessi movimenti.
- Oh, mi raccomando, occhio alle mani, eh! –
Maurizio, il capo-reparto, è quello che dà, letteralmente, da lavorare a tutti gli altri, quasi tutti interinali. Distribuisce i compiti spiegandoti esattamente come eseguirli, mentre continua a fare come una trottola tutto quello che serve a tenerti occupato: porta i pancali di pezzi da forare provenienti dalla segheria, sposta i pancali di pezzi già forati per fare spazio, nel frattempo tiene a bada il principale che rompe, carica e scarica i camion che si fermano davanti al cancello della ditta, cambia le punte alle macchine, a seconda del tipo di pezzo da forare, si assicura che tutto proceda con un certo ritmo.
Ogni armadietto ha il suo, di ritmo. In base agli ordini, ogni giorno cambia l'impostazione della linea: il mobiletto basso e largo, quello alto e stretto, quello con gli sportelli, quello con le serrandine...
- Oggi c'è dda ffare i’ portascope: te 'ttu 'ffori i laterali, te le basi, te imbusti le viti e i poggiapiani, te le maniglie, quarcuno bisogna seghi un po' di ripiani, un ce n’é abbastanza –
E "quarcuno", per un po', passa in segheria.
(continua)
giovedì, 23 marzo 2006
Bloggerscrittore:paolo roversi
In una grigia Milano, zuppa d’acqua per via dei temporali autunnali, il trentenne giornalista Enrico Radeschi, squattrinato freelance e hacker di media bravura, si ritrova invischiato in un bel rompicapo: un sottile fil rouge, la linea 1 della metropolitana, sembra allacciare un killer di prostitute, il suicidio/omicidio di un peruviano finito sotto uno dei convogli della città tentacolare e il tentativo di dare un’identità a un cadavere assassinato ripescato nel fiume Lambro. Nel fondo, dietro i particolari di cronaca che il nostro protagonista segue per un quotidiano milanese e per un sito specializzato, incombono anche l’ombra del terrorismo e di un traffico internazionale di droga. Questo l’intreccio del nuovo romanzo di Paolo Roversi, Blue Tango, noir metropolitano, esordio nel genere del giovane autore milanese, uscito a febbraio per Stampa Alternativa.
Radeschi fa coppia con il vicequestore Loris Sebastiani (figura complementare a Radeschi e co-protagonista del romanzo), donnaiolo impenitente, cultore di delizie enologiche e irriducibile masticatore di toscanelli, giusto per scaricare le tensioni professionali. I due hanno bisogno l’uno dell’altro: Radeschi è a caccia di indiscrezioni per sbarcare il lunario; Sebastiani non esita invece a servirsi del fiuto giornalistico del giovane e delle sue abilità informatiche per risolvere casi complessi. Ma nel loro rapporto c’è qualcosa di più: dietro la bruciante ironia e il reciproco sfottimento c’è una salda e importante amicizia virile. Entrambi i personaggi, in altro contesto, avrebbero corso il serio rischio della stereotipia, ma l’autore rivela mestiere e sensibilità aggiungendo particolari alla caratterizzazione – specialmente per Radeschi – che contribuiscono ad esprimere un ritratto realista e convincente col quale il lettore riesce ad identificarsi empaticamente.
Ci sono alcuni buoni motivi per consigliare la lettura di Blue Tango. La scrittura è piana ed efficace, priva di sbavature e ben ritmata, con il pregio di tener viva la curiosità del lettore di partecipare all’evoluzione dell’indagine poliziesca. Molto azzeccato il capitolo 30, dove Radeschi buca alcuni siti per ricevere informazioni, puntando sulla sua abilità di hacker e sulla sua conoscenza tout court delle debolezze umane. La prosa di Roversi tributa omaggio ai suoi gusti letterari: Bukowski (di cui è appassionato e studioso), ma anche Ellroy, Mc Bain, Highsmith, Carlotto e Lucarelli per fare dei nomi. E’ altrettanto lodevole la scelta di Roversi di non pigiare il tasto degli effetti speciali tipici di certo noir (l'estremo descrittivismo della scena del delitto e delle perizie, il vojeurismo un po' splatter che indugia sui particolari più raccapriccianti degli omicidi) per evitare di perdere di vista la storia, andando dritto al nocciolo nella migliore lezione del giallo italiano d’autore, come nel classico Scerbanenco o nei più recenti Biondillo e Colaprico. Da un iniziale andamento frammentario il puzzle si compone per gradi in un quadro unitario sotto gli occhi del lettore. Sopra tutto però mi sembra che la vera protagonista del romanzo sia Milano, città pulsante di contrasti, metropoli schizzata al carboncino da uno che la conosce e ne penetra le problematiche abitualmente, percorrendo itinerari poco “turistici” attraverso i suoi quartieri-dormitorio con l’intento di offrire un variopinto campionario di umanità marginale: piccoli criminali, spacciatori, studenti universitari male in arnese, extracomunitari, prostitute e papponi.
Paolo Roversi è nato nel 1975 a Suzzara, nella bassa mantovana. Giornalista pubblicista, vive a Milano, dove lavora nel campo dell'Information Technology. E' autore del pamphlet BUKOWSKI. SCRIVO RACCONTI POI CI METTO IL SESSO PER VENDERE (Stampa Alternativa, 2005), che è stato un piccolo caso editoriale oltre che una fortunata serie di incontri itineranti nelle maggiori città italiane, denominati BUKtour. Nello scorso mese di febbraio è uscito BLUE TANGO Noir Metropolitano (Stampa Alternativa, 2006) che verrà pure presentato nel corso della serata. Il blog, la biografia e la bibliografia completa dell'autore sono disponibili sul suo sito ufficiale http://www.roversiplanet.com; il suo indirizzo mail è paolo.roversi@roversiplanet.com.
lunedì, 20 febbraio 2006
Bloggerscrittore:massimiliano frassi
Massimiliano Frassi, bloggerscrittore in questa sezione, è in verità una persona davvero speciale…
Infatti non è solo un Blogger in quanto possiede un blog, che aggiorna periodicamente, non solo per darci dei periodici e salutari “pugni nello stomaco” ma soprattutto, per come la vedo io, per onorare l’undicesimo comandamento: non toccate i bambini. E non è solo uno scrittore in quanto ha saputo trasformare parte delle sue esperienze e del suo vissuto in parole e immagini, come testimoniano anche i suoi 3 libri, di recente pubblicazione...
E non è facile, per me, presentare in modo degno ed esaustivo Massimiliano Frassi ... perciò mi avvalgo di link e soprattutto di stralci di un'anteprima di un intervista, realizzata da www.qualunquista.splinder.com , che presto verrà pubblicata, con le dovute segnalazioni, in edizone integrale.
D: Come si legge dalla biografia sul tuo blog dopo la laurea ti sei subito dedicato al sociale: dapprima come assistente “per gli adulti”, poi ti sei affacciato sul mondo dei bambini ed hai iniziato la tua crociata contro la pedofilia. Anche se non ci sarebbe motivo di chiedertelo, lo faccio lo stesso: perché? R: Quanto al “come ho iniziato” ti do una risposta che spero sia la più breve ma la più chiara possibile:quando al giudice Borsellino chiesero ma “signor Giudice, chi gliel’ha fatto fare di occuparsi di mafia?” lui rispose: “ho visto la gente intorno a me morire per colpa della mafia ed ho ritenuto fosse un dovere morale occuparmene”. Togli la parola mafia, metti pedofilia ed hai la mia risposta.
Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi. (Marcel Proust)
Ciò che si percepisce dalla lettura del suo blog e dei suoi libri è un dovere morale, un bisogno di verità. Massimiliano è una bella persona, che non spreca il suo tempo…
Massililiano Frassi è nato a Lovere (bg) nel 1969, è presidente dell'associazione Prometeo Onlus che da anni si occupa di infanzia violata, a cui sta dedicando tutte le sue energie.
Il suo primo libro è "i bambini delle fogne di Bucarest – viaggio nell’ultimo girone dell’infanzia violata." Dopo un viaggio fatto dietro suggerimento di un amico giornalista si è imbattuto in questa realtà che gli è stato poi difficile ignorare. Non poteva ritornare a casa e lasciare gli orrrori visti relegati all’esperienza di un solo viaggio… e così ha scritto un libro.
Ci sono libri e libri… libri peri viaggiare, libri per volare, libri per addormentarsi , libri per pensare … E ci sono libri che scoperchiano realtà talmente incredibili e crudeli da sembrare falsi. Purtroppo tutto ciò che Massimiliano Frassi racconta nel suo primo libro è tutto vero come è stato vero suo viaggio in questa città ormai allo stremo, con i suoi piccoli esseri liberi per strada, fantasmi che vivono nei condotti delle fogne, che sniffano colla, che aspettano il turista-sessuale italiano, tedesco, inglese...
D: Molta attenzione, anche nel tuo libro (“I bambini delle fogne di Bucarest”), l’hai posta alla Romania: come mai? Perché la Romania e non altri paesi, comunque disagiati? R: Per una di quelle “coincidenze” che poi tanto coincidenze non sono e che hanno costellato tutta la mia “carriera”. Sono approdato quasi per caso in Romania e sono orgoglioso di aver rappresentato con quel libro e con la strada che quel libro ha fatto tutti quei bambini i cui pianti sono stati soffocati dal buio di una fogna, dal peso di un tombino, sotto al quale si arrabattavano per sopravvivere un’ora di più, nel fottuto mondo che non li ha meritati né saputi accogliere. Se dovessi scrivere un nuovo libro che varcasse i confini italiani ti confesso che vorrei scriverne uno sulla tragedia di Beslàn. Sento di avere le parole giuste per raccontare quell’ennesimo oltraggio. Se qualche ditore fosse interessato...
I bambini delle fogne di Bucarest
Autore, Massimiliano Frassi Casa editrice, Ferrari grafiche di Clusone Città pubblicazione, Bergamo Anno, 2001 Costo euro 12,39 presso librerie ed edicole
E' la prima testimonianza pubblicata in Italia sul problema dei 5000 bambini che vivono in strada nella capitale romena. Il libro raccoglie molte storie di bambini incontrati a Bucarest e fa luce, con ricchezza di note e documenti, sull'attuale situazione dell'infanzia in Romania. Inoltre, per la prima volta, si parla del ruolo del dittatore Ceausescu, con un apposito capitolo ricco di importanti documenti storici a lui dedicato e tra gli altri temi toccati, si segnala la diffusione dell'AIDS pediatrico in Romania e il problema del turismo sessuale. Infatti la narrazione, scritta con uno stile secco ed essenziale, si snoda fra cronaca e diario, e non lascia scampo all'angoscia che subito si impadronisce del lettore di fronte alle triste vicende dei bambini e delle famiglie rumene con cui Massimiliano si trova ad avere a che fare. Il Il grigiore livido e squallido che colora le loro esistenze di alterna con il nero, visibile e quasi tattile, della vita sotterranea e notturna di un mondo parallelo, un universo di durissma emarginazione ed esclusione sociale in cui sono costretti a vivere i bambini delle fogne di bucarest, nell'indifferenza delle istituzioni locali e facile preda per ignobili predatori.
Massimiliano è entrato anche negli orfanatrofi di Ceausescu, se si possono chiamare così, dove la signora Ceausescu (provetto medico, si definiva) si divertiva moltissimo ad iniettare ai piccoli il virus dell'aids e poi cercare di guarirli.
D: sicuramente non è da tutti i giorni essere così impegnati in un campo difficile come quello sociale, soprattutto quando riguarda bambini vittime di mostruosità come gli abusi sessuali. Sarai stato messo a dura prova più volte, hai mai pensato di mollare? Come reagisci di fronte a tanta malvagità (perché di questo si parla)? R: Mentirei se ti dicessi che ogni tanto lo sconforto ha la meglio. Ma aggiungo anche che negli anni mi sono fatto gli anticorpi. Questo non significa abituarsi al dolore né tanto meno divenire più distaccati, significa semplicemente capire che mai in un campo come questo chi fa (e fa tanto!) risulta fastidioso e scomodo. E che un amico (?) perso per strada o una minaccia, o un boicottaggio non sono nulla se paragonati a cosa prova un bimbo incatenato, torturato, spaventato a morte, stuprato……in questo caso un lamento mio equivale ad un futile capriccio!
Per chi voglia conoscere queste realtà il libro di Frassi è, come lui stesso ammette, un pugno nello stomaco del lettore.
D: Cosa pensi che sia necessario per aiutare i bambini vittime degli abusi? Pensi che sia possibile dare loro una vita normale o resteranno segnati in eterno. R: Tutto l’amore del mondo. Tutto l’amore di cui siamo capaci. Perché se è vero che esistono persone dotate di grande malvagità ne esistono molte di più che possono usare quest’arma, difficile e meravigliosa al tempo stesso, chiamata amore. Siamo una generazione che ha tutti gli strumenti per migliorare il mondo in cui vive e per farsi sentire, e questa nostra conversazione “via blog” ne è un esempio se pensiamo che solo un paio d’anni fa sarebbe stata impossibile. Usiamo allora le nostre forze, il nostro impegno, il nostro lavoro per creare un fronte comune e spazzare via questo male e tutti i suoi derivati. Quanto alle vittime la risposta è sempre e solo che “sì” ce la possono fare e ce la faranno. Serve un giusto mix di aiuto esterno e di forza che solo loro, dovranno e potranno trovare dentro di sé. Perché a volte la vita ti riserva tante di quelle sorprese piacevoli che manco ti immagini. Anche i giorni più neri hanno un angolo, una svolta popolata di tutti i colori del mondo. Chi si fa del male. Chi continua a piangersi addosso. Chi maltratta ed abbruttisce il proprio corpo e la propria anima permette all’abusante di continuare a vivere nel tempo e di sentirsi indistruttibile. Chi invece pur non soffocando né annullando la propria sofferenza, continua a lottare, ma soprattutto ad amare, sperare, vivere, allora ce la farà...
(il ritorno da Bucarest)
"L'uomo che siede accanto a me ha il pizzetto ben curato tinto di biondo, il dopobarba da macho latino, il pacchiano orologio di marca in bella vista, la camicia di seta aperta quanto basta per mostrare il grosso ciondolo d'oro a forma di testa di leone. Ha tutte le carte in regola per starmi sulle palle. Cerca di imbastire una conversazione, ma tu sei distratto e l'aereo sta per decollare. Chiede: "di che cosa si è occupato lei a Bucarest?" Rispondi distrattamente, senza collegare la bocca al cervello, come spesso fai, con una sola, ferma parola: "bambini" e lui: "ah i bambini, qui sono straordinari, con poco o niente gli fai fare tutto quello che vuoi"
Il suo secondo libro è:"l'inferno degli angeli" e questa volta non parla solo dei relitti rumeni, ma parla anche dei bambini di casa nostra, così vicini a noi, ma in fondo lontani....perchè" intanto che non ci capita"
"se non si abbassa lo sguardo non si incrocia lo sguardo dei bambini. I bambini infatti sono più vicini alla terra e, come la terra, vulnerabili e indifesi. Ma spesso non ci si abbassa per alzare un bambino, per farlo giocare, per aiutarlo a crescere, ci si abbassa per altri motivi". “Questo libro parla di bambini. Soli. Abbandonati. Violentati. Derubati. Della loro infanzia. Della loro vita. Senza futuro. Per colpa del passato. Di qualcun altro. Bambini con la sigaretta in mano. Il sacchetto della colla. La sifilide. La tigna. L’Aids. Bambini che vivono nelle fogne. Con i topi. Gli scarafaggi. Gli escrementi. Randagi come i cani, questi ultimi spesso piu’ bambini di loro”. Bambini per tutto identici a nostro figlio. Se non fosse per un punto: “Tuo figlio non ha avuto Ceausescu, il nostro si”. Uguale espressione. Stessi comportamenti. Ma diverso grado di latitudine e longitudine e per questo, quindi, un tombino come tetto per sopravvivere alla notte”.
L'inferno degli angeli
Autore, Massimiliano Frassi Casa editrice Ferrari Città pubblicazione, Bergamo Anno, 2003 Genere: Storia e documenti, attualità Costo euro 12,39 presso librerie ed edicole
Anche nella moderna Europa "occidentale" ci sono bimbi che vivono per strada soprattutto nelle periferie delle grandi città come: Milano, Londra, Parigi, ecc. Fino a quando sono bambini non sono pericolosi ma appena crescono e diventano adolescenti cominciano a creare problemi. I ragazzi che vivono per strada diventano violenti soprattutto perché vedono un mondo splendido intorno a loro che non possono avere, toccare. Allora lo rubano, lo uccidono, lo annientano. Invece i bimbi rumeni vivono in quel loro mondo guardando una carcassa di nazione su cui gli stranieri svolazzano come avvoltoi. Bimbi frustrati, abusati, disillusi. Sembra che non ci sia altro da fare che prendersi quel mondo che gli è stato lasciato e cercare in qualche modo di farne parte; anche se costretti ad una vita da topi. Molti in Romania sono andati a portare solidarietà, con camion umanitari, attraverso varie associazioni di volontariato. Altri sono andati in Romania ad aprire fabbriche .
"Ho imparato che dobbiamo circondarci solo di persone pulite, ce ci arricchiscono in ogni momento. Sacro patrimonio a cui attingere. Fonti nesauribili di sogni, speranze e risposte. Mentre gli altri, gli stupidi e gli invidiosi, verranno automaticamente spazzati via. Vittime dei propri rancori. Del proprio egoismo. Dell’incapacità di controllarsi a non lanciare un coltello alle spalle di chi gli passa accanto. Loschi traditori, irrimediabilmente condannati a morire, affogati dal mare di emozioni positive che hanno cercato vergognosamente di inquinare. Voi no. Voi siete diversi. E mi va di gridarlo a voce alta. Con tutta la gioia del mondo”.
(tratto da “L’inferno degli Angeli” – Massimiliano Frassi Ferrari Editrice)
«Le anime violate dei bimbi sono il senso della mia vita» Dall’introduzione dell’autore: «Un nuovo incontro, perché sento di avere un'altra volta qualcosa da dire. Ancora bambini, il senso della mia vita. Ancora le loro anime violate, il senso alla mia Lotta, tornare ad affrontare la pagina bianca per riempirla di scampali di fragili esistenze, col presuntuoso compito di voler far cambiare il corso degli eventi, dirottare le violenze, rifondare i cuori. Parole inequivocabili, fin troppo esplicite, per spingersi laddove nessuno aveva osato andare. Oltre le colonne d'Ercole di un'ipocrita quotidianità...Non potevo partire con questo nuovo viaggio che dai bambini delle foghe di Bucarest. Figli scomodi della vecchia Europa menzognera...Ancora oggi quei bambini reclamano vendetta. Pochi li hanno aiutati. Molti li hanno infangati. Come se non bastasse il vuoto di una famiglia».
Questo libro è uscito in tutta Italia martedì 20 maggio 2003 e segue a quasi due anni di distanza il precedente “I bambini delle fogne di Bucarest”, e si avvale della preziosa prefazione di Maurizio Costanzo e delle splendide fotografie in bianco e nero di Patrizia Riviera. Oltre a “concludere” idealmente il suo viaggio in Romania parlando ancora della situazione dei bambini delle fogne l’autore sposta questa volta l’attenzione sul problema della pedofilia in Italia: « ... non potevo partire con questo nuovo viaggio che dai bambini delle fogne di Bucarest. Figli scomodi della vecchia Europa menzognera... riparto da lì, da quello che ho lasciato, dai successi e dai rimorsi, dagli obiettivi raggiunti e da quelli naufragati nella calcolata follia di certi assurdi individui, per approdare ai bambini delle fogne di Bergamo, Milano, Torino, Cuneo, Firenze, Bologna, Roma, Napoli, Bari, Palermo, Cagliari, e via dicendo, coprendo l’Italia tutta, una volta tanto veramente unita...» Sconvolgenti alcuni capitoli dove per la prima volta in modo assolutamente inequivocabile si denuncia, ad esempio, l’orrore della pedofilia in internet o quello dell’abuso familiare, raccontando storie vere di casi seguiti dall’autore.
D: Sempre dalla tua biografia apprendo che hai ricevuto numerosi riconoscimenti, e che stai collaborando con l’attuale Governo per una proposta di legge contro la pedofilia. Ti chiedo, qual è il rapporto che le forze dell’ordine e le istituzioni hanno nei confronti dei pedofili? Come reagiscono? R: Siamo ancora alla preistoria. Quando il Governo mi ha contattato, scegliendo Prometeo tra tante associazioni e mi ha dato carta bianca per una proposta di legge, pensavo che il lavoro fatto avrebbe messo d’accordo tutti, bianchi e rossi, neri e verdi, destra e sinistra, sopra e sotto. Invece c’è chi ha remato contro ed ha frenato quella che poteva essere una legge a favore dell’infanzia italiana. Quella parte dell’infanzia bistrattata e negata. Mi fa schifo una politica che assegna un colore ed una tessera ad un bambino, tanto quanto quella politica che urla ai 4 venti concetti come “difesa della famiglia”o “tutela dell’infanzia”, ma poi di fronte al primo caso concreto si squaglia come neve al sole. Tornando alla tua domanda non sono in grado di dare una risposta univoca. Varia da istituzione a istituzione ma soprattutto da persona a persona. Lavoro con questure e procure preparatissime (penso a Bergamo, a Milano, a Cuneo, a Roma, a Siracusa giusto per fare alcuni esempi che toccano l’Italia tutta), ma ce ne sono troppe altre dove il tema della pedofilia e degli abusi è affrontato da persone purtroppo non ancora adeguatamente preparate e formate. Lo stesso vale per altre realtà, sia del pubblico che del privato sociale. Per non parlare poi delle associazioni che si occupano di minori, in questo caso preferisco autocensurarmi. Per ora.
Ma forse proprio partendo dalla consapevolezza di questa fragilità, qualità cosÏ umana, si può tentare di costruire qualcosa di buono e di diverso senza sentirsi né martiri, né eroi.

Predatori di Bambini Il libro nero della pedofilia
Autore, Massimiliano Frassi Casa editrice Ferrari Città pubblicazione, Bergamo Anno, 2005 Genere: Storia e documenti, attualità Costo euro 10,00
D: La pedofilia, come ogni forma di devianza, è stata a lungo ritenuta una malattia – e spesso questo viene creduto ancora oggi. Quali sono invece i motivi che spingono un pedofilo a compiere atti così vili?R: Il potere. Il totale dominio sulle vittime. L’idea di sentirsi gestore delle loro esistenze. Unico detentore della loro vita. Non a caso l’Fbi dice che l’organo sessuale più sviluppato del pedofilo è il cervello. D: Come definiresti il tuo odio nei confronti dei pedofili, se ne provi? R: Non saprei risponderti. E’ un miscuglio di disgusto e ribrezzo, nella sua forma più estrema. Non riesco a guardare a questi soggetti senza pensare a quanto male hanno volutamente fatto. A quanti danni hanno creato. Ed ho un’idea troppo elevata di giustizia per non accettare passivamente che le vite dei bambini siano sconquassate da uno tsunami mentre questi bastardi spesso la facciano franca e di turbamenti non ne abbiano neanche uno. D: Riprendendo il discorso dei tuoi libri, ultimamente è uscita la tua ultima fatica letteraria, “Predatori di bambini – Il libro nero della pedofilia”. Vuoi parlarcene un po’? R: E’ il primo pamphlet uscito in Italia sulla pedofilia. Un duro monologo che fotografa in modo chiaro ed impressionante al tempo stesso, quella che al momento è la vera faccia della pedofilia. Una pedofilia organizzata, protetta, forte, che crea per i propri utenti dei bordelli popolati da bambini o che si scambia in internet i peggiori incubi. Spero che “Predatori di bambini” colpisca le coscienze con la stessa forza con cui hanno agito le mie precedenti opere. Affinché le cose comincino a cambiare. Definitivamente. D: Sicuramente in questo campo ti sarai fatto molti nemici. Sei mai stato minacciato o attaccato? Come si comportano i pedofili sapendo che esisti e che “nuoci gravemente alla loro salute”, come hai scritto sul tuo blog? R: Secondo la loro natura. Quella di persone che godono imbrogliando un bambino, spogliandolo, torturandolo e raggiungendo l’orgasmo sulla sua pelle. Serve altro…? D: Esistono vere e proprie “associazioni” di pedofili? Come nascono, come agiscono? R: Esistono. Alcune sono visibili (con tanto di recapiti e di uffici!) altre più nascoste (soprattutto nel nostro paese), ma volgarmente attive. Danno supporto ai predatori. Cercano di salvare la specie dalla necessarie estinzione. Si scambiano informazioni, avvocati, risorse umane ed economiche. Cercano una legittimazione culturale che giustifichi il male che hanno fatto, che fanno e che faranno.
D: Alleggerendo un po’ il clima, parliamo del tuo blog. Perché hai scelto di scriverne uno? Trovi che ci sia più libertà in rete che sulla carta stampata? R: Perché ricevevo centinaia di lettere da parte di persone che volevano che scrivessi con maggiore frequenza. E non potendo né volendo fare un libro al mese, ho trovato nel blog una bella soluzione. Impegnativa ma soddisfacente. Molto. La cosa più incredibile sono le telefonate o le mails che ricevo quando per qualche giorno (solitamente nel periodo delle ferie) non aggiorno il blog, segno che per molti è diventato un punto di riferimento costante. Ci sono cose che ho scritto e che mi piacciono molto, altre che cambierei in toto, altre che sono rimaste nel cassetto. Mi è stato proposto anche un libro che raccogliesse una selezione di articoli e credo che il prossimo anno forse vedrà la luce. D: Beh, mi sembra di averti fatto molte domande, penso di poter smettere di rubare il tuo tempo e di lasciarti andare, non senza averti profondamente ringraziato per il tempo dedicatomi. E’ stato davvero un piacere parlare con te. Un’ultima domanda: l’anno ormai sta per finire, come vorresti cominciasse quello nuovo? Hai qualche speranza, qualche buon proposito? R: Credo nonn sia retorica sperare in un calo del lavoro, in un necessario prepensionamento, dettato dal fatto che il problema è debellato o meglio ancora scomparso. Ma visto che ovviamente è un sogno che supera ogni logica auguro a me ed a tutti quelli che con me lavorano di continuare a trovare gli stimoli e la forza a noi necessarie. Mentre ai bambini un mondo popolato solo di belle persone. Dove gli orchi siano disegni dentro ad un libro di favole. Da far scomparire col solo gesto di voltare una pagina.
Così torno a voi. Con le mie pagine. Scomode e dolorose. Ma anche necessarie. E, purtroppo per qualcuno, vere. Grazie per ogni volta che le farete vostre. Che vi commuoverete. Vi “incazzerete”. Non ci dormirete. Ma poi, raccoglierete quelle lacrime e toglierete il vostro fazzoletto di tasca per provare ad asciugarle. Riaccendendo così un cuore inaridito. Ridisegnando un flebile sorriso su di un volto spento.
Grazie di cuore a voi che ci siete e ci sarete. Perché non trionfi la follia. Ancora insieme. Dalla parte dei bambini.
Con l’impegno di sempre. Io sono qui. Massimiliano Frassi
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